Visualizzazione post con etichetta public speaking. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta public speaking. Mostra tutti i post

martedì 25 agosto 2015

Conclusioni a "Come parlare in pubblico con successo"

Siamo giunti alla fine del nostro breve percorso su "Come parlare in pubblico con successo". 

E' quindi arrivato il momento di spiegarvi come capire se la vostra presentazione è andata bene. 

Fare un'analisi con gli strumenti adeguati è indispensabile per correggere gli errori e cercare di essere ancora più performanti alla prossima occasione. 

Prima di tutto ricordiamoci qual'è l'obiettivo della vostra comunicazione: far cambiare atteggiamento al proprio pubblico e portarlo ad agire coerentemente con la nuova idea che avrete saputo condividere. 

Quindi una presentazione si dirà perfettamente riuscita quando vi consente di raggiungere i vostri obiettivi: l'obiettivo non è FARE UNA BELLA PRESENTAZIONE altrimenti ci ritroveremmo nel famoso caso di "Operazione perfettamente riuscita! Paziente morto.". 

Una presentazione ineccepibile, ma sterile, non è preferibile ad una imperfetta che però ottiene quello che si era prefissa

Un primo segnale di successo lo potrete individuare nel grado di attenzione che le persone hanno dimostrato mentre parlavate. 
L'interesse può manifestarsi in diversi modi: un pubblico che ascolta in silenzio tutto il tempo, non è detto che lo faccia perché interessato a quello che dite. Generalmente il dibattito, le domande e le osservazioni sono segnali più significativi di un ottimo livello di attenzione e interesse. 

Infine vi voglio lasciare con qualche dato che a mio avviso è molto significativo e che se lo farete vostro, probabilmente vi aiuterà a trasformare le vostre presentazioni in reali messaggi persuasivi. 

Dato un obiettivo è chiaro che la vostra intenzione è quella di trasmettere il 100% di tutto il messaggio che volete far passare. 
Sappiate che non è possibile. 
I motivi sono vari e non sto qui ad analizzarli, ma è importante essere coscienti che anche nelle migliori presentazioni, quello che effettivamente riuscirete a comunicare è il 70% del messaggio che vi eravate proposti. 
Al vostro pubblico arriva solamente il 50% delle informazioni che avete dato. 
E non tutte queste informazioni saranno comprese fino in fondo. Solo il 20% di tutto quello che dite, sarà infatti veramente capito dal vostro pubblico. 
E non finisce qui. 
Per ultimo c'è la memoria che non aiuta: delle 100 informazioni che volevate far passare, solamente il 10% sarà ricordato dal vostro pubblico. 

Lo ripeto: solamente il 10% di tutti i messaggi che trasmettete è ricordato dal vostro pubblico. 

Date queste premesse, il mio consiglio per sapere se la vostra presentazione è andata bene, è quello di accertarvi durante e alla fine del vostro discorso, che quel 10% di informazioni memorizzate coincida con l'obiettivo che vi eravate dati. 

Per questo è importante, sapendo che il 90% di quello che dite non serve a nulla, ritornare più e più volte sull'obiettivo della vostra presentazione. 
Ripetetevi, riassumetelo, riportatelo più volte sulle slide e cercate di coinvolgere il vostro pubblico proprio su quel 10% che anche a voi interessa. 

Per salutarvi vi lascio con una battuta di Mark Twain che riassume molto bene anche il mio pensiero su cosa è necessario per parlare in pubblico con successo: 

"Solitamente mi ci vogliono tre settimane per preparare un buon discorso improvvisato".

Se vi rimane qualche dubbio, oltre a rimandarvi a futuri post, vi invito a scrivermi. Cercherò di aiutarvi come meglio posso. 

Buon lavoro a tutti allora e buone presentazioni!

Per informazioni e contatti
Alessandro Grilli 

venerdì 21 agosto 2015

Quinta parte di "Come parlare in pubblico con successo"

Come vi avevo preannunciato, oggi vorrei parlarvi dell'importanza di saper ascoltare e gestire le obiezioni. Elementi indispensabili per poter parlare in pubblico con successo. 

C'è un pensiero di Churchill che mi sembra più che mai calzante: 

"Il coraggio è ciò che serve per alzarsi e prendere la parola. Coraggio è anche ciò che serve per sedersi ad ascoltare."

In effetti saper ascoltare è tutt'altro che ovvio. Lo è nella vita quotidiana. Figuriamoci quando dobbiamo parlare davanti a più persone, per di più convinti che quello che stiamo dicendo sia assolutamente giusto. 

Anche in questo caso bisogna preparasi a fare bene, perché una comunicazione a senso unico non è una comunicazione. Per esserlo serve la partecipazione attiva di chi ascolta. 

Come sicuramente saprete Ascoltare è ben diverso da Sentire: implica la volontà di farlo, uno sforzo attivo per riuscirci. Non si ascolta involontariamente. 

Ascoltare, ovvero comprendere a fondo cosa gli altri pensano e i sentimenti che stanno provando, è un elemento fondamentale per costruire la fiducia necessaria a far sì che il discorso che stiamo proferendo, si trasformi nei nostri ascoltatori, in azioni consapevoli. 

E' necessario cioè raggiungere un rapporto profondamente empatico con i nostri interlocutori. 

Come ho detto prima, la cosa non è facile

  • Prima di tutto perché, diciamoci la verità, non abbiamo tanta voglia di stare a sentire cosa hanno da dire. 
  • Spesso non abbiamo troppo tempo per far parlare tutti. 
  • Poi nel momento stesso in cui ci soffermiamo ad ascoltarli, dentro di noi si mette in moto tutto un mondo di emozioni che con forza vorrebbe intervenire per difendere il nostro pensiero. 
  • Infine siamo così concentrati sull'obiettivo della nostra presentazione che sentiamo come un vero fastidio qualsiasi interruzione. 

E' così non c'è altro da dire. Almeno alla partenza. 
Ma se riuscirete a lavorare bene ed arriverete a saper ascoltare veramente i vostri interlocutori, allora vi accorgerete che la vostra crescita professionale e umana sarà esponenziale

Perché dico Ascoltare veramente? Beh perché ci sono un sacco di modi di ascoltare in modo parziale che apparentemente sembrano corretti, ma che non portano ai risultati sperati. 

  1. C'è l'Ascolto in attesa: ci si interrompe per far parlare il nostro interlocutore, ma non si vede l'ora di riprendere il proprio discorso. Spesso si finisce per parlargli sopra e interromperlo. 
  2. C'è l'Ascolto presuntuoso: so già dove l'interlocutore vuole arrivare, per cui di nuovo lo interrompo. 
  3. Poi c'è quello selettivo: ascolto solo quello che voglio sentire. 
  4. Infine c'è l'ascolto rituale: tipico di chi sa che è importante star li ad ascoltare, ma in realtà non lo fa veramente. Pensa ad altro e perde l'opportunità di capire cosa l'interlocutore avrebbe voluto veramente dire. 

Sicuramente vi siete riconosciuti in uno di questi profili vero? Ottimo. Sapete da dove iniziare a lavorare. 

Vediamo come fare per favorire l'ascolto e dare dimostrazione del fatto che siete veramente interessati a quello che i vostri interlocutori hanno da dire.

  1. Prima di tutto incoraggiate il vostro pubblico a intervenire: dite chiaramente che volete sapere cosa ne pensa. 
  2. Poi fate domande e cercate di stimolare il dibattito tra tutti. 
  3. Ascoltate con tutto il corpo: comunicate fisicamente che state ascoltando. Usate gesti, avvicinatevi...
  4. Infine fate dei riassunti di quanto detto dai vostri interlocutori per esser certi che voi e tutti i presenti abbiate ben compreso il messaggio. 

A forza di stimolare il dibattito e gli interventi, non tarderanno ad arrivare critiche, dubbi e perplessità
Certo non sono elementi che renderanno la vostra presentazione più semplice. 
Ma è preferibile che questi dubbi vengano fuori in vostra presenza e che sappiate come gestirli, piuttosto che emergano a presentazione finita, senza di voi oppure che alla prima domanda andiate in tilt. 

Le obiezioni vanno gestite sempre, per cui non esiste la possibilità che ad una obiezione non venga data una risposta. 
Al massimo si può scegliere di dare una risposta alla fine del discorso a quelle domande che ci farebbero sviare troppo dal ragionamento o per le quali avete bisogno di rifletterci un po' su. 
Ma sappiate che quella persona alla quale spiegate che risponderete più tardi, poi potrebbe distrarsi un po' quindi valutate bene se è il caso di farlo. 

Un modo molto valido per gestire le obiezioni è quello di anticiparle. 
Non è semplice, ma è una abilità che si acquisisce con il tempo e che richiede una grande capacità di ascolto ed empatia. 
Si tratta di prevenire l'obiezione e dare una risposta alla domanda prima che essa possa essere formulata. Una persona che ha una perplessità in genere prima di parlare lo manifesta con espressioni, borbottii e altri atteggiamenti simili. 
Cercate di capire il perché e date una risposta prima che venga fatta la domanda. 

Poi ci sono le obiezioni frequenti, che vanno dal Chi sei? al Perché dovrei ascoltarti? passando per dubbi che emergono sempre che fate quel tipo di presentazione. 
Allora è il caso di inserire le risposte nel discorso che fate.

Quello che è certo è che non potete commettere gli errori che seguono

  • Sminuire l'importanza di quello che è stato detto dal vostro interlocutore
  • Opporsi in modo deciso all'obiezione
  • Dare una risposta vaga o incompleta
  • Dare una risposta pur non sapendo bene cosa si sta dicendo per paura di essere presi per incompetenti. 
  • Trasformare la presentazione in un dialogo a due. 

Per concludere vi ricordo che l'importante è che siate onesti con voi stessi e con il vostro pubblico. 
Un atteggiamento che premia sempre. 

Concludo con una frase che un mio caro amico mi ha detto una volta: "Non ci sono domande stupide. Esistono solo risposte stupide!"

Buon lavoro a tutti. 



Per informazioni e contatti
Alessandro Grilli 


lunedì 17 agosto 2015

Quarta parte di "Come parlare in pubblico con successo"

Nel quarto articolo della serie "Come parlare in pubblico con successo", voglio approfondire come vi avevo accennato, il valore della comunicazione non verbale e paraverbale in un public speaking di successo.

Abbiamo già visto, ma vale la pena ricordarlo brevemente, che quello che dite, le parole che usate, hanno un valore molto basso per i vostri interlocutori che fanno invece molto più caso alla comunicazione non verbale e paraverbale.

Ricordo inoltre che non sappiamo fare molte cose bene contemporaneamente quando parliamo ad un pubblico. Per cui il messaggio che vogliamo trasmettere lo dobbiamo conoscere molto bene per poterci così concentrare, sugli altri aspetti della nostra presentazione.

La comunicazione non verbale è costituita da tutti quei messaggi che passano, volontariamente o involontariamente, attraverso gesti, odori, espressioni, movimenti ecc.

Vi ricordo che la comunicazione non verbale influisce per il 55% sull'esito della vostra presentazione!

La differenza tra il successo e il fallimento della vostra presentazione sta spesso proprio nella differenza tra "volontario" e "involontario". Pensate a quanti malintesi possono crearsi per un gesto non compreso o per una postura sbagliata che irrigidisce il nostro interlocutore.

Quali sono i principali elementi della comunicazione non verbale che possono influire su come parlate in pubblico?
Vediamoli:

  1. Lo sguardo: durata, intensità, movimento degli occhi, dilatazione delle palpebre influiscono molto. Per esempio le persone più sicure di se stesse e i leader tendono a guardare per meno tempo, ma sono gli ultimi a distogliere lo sguardo. Dovete quindi imparare a fare dei vostri occhi uno strumento importante di comunicazione che operi coerentemente con quanto vorrete comunicare. 
  2. I gesti: riguardano in particolar modo la testa, le mani, le gambe e la postura. Non c'è tempo qui per analizzarli tutti, ma è ovvio che se le mani non sono curate o avete un bell'anello d'oro e gesticolate, l'attenzione dei vostri interlocutori andrà su quel dettaglio. Se state a braccia conserte e gambe incrociate, non comunicherete certo apertura al vostro pubblico. 
  3. La postura: se ve ne starete tutti rannicchiati su voi stessi, non otterrete certo la stima di chi vi ascolta e non ispirerete fiducia. State comodi prima di tutto, ma cercate di trasmettere una certa sicurezza. Anche la distanza è importante: non entrate nello spazio intimo del vostro interlocutore, ma tenetevi a una distanza personale (80/120 cm). Se siete a una conferenza e quindi molto distanti, ingegnatevi per ridurre anche solo virtualmente questo spazio. 
  4. Contatto corporeo: la distanza si abolisce. In un discorso ad una platea il contatto è praticamente impossibile a meno che, tatticamente non prendiate qualcuno dal pubblico, mentre diverso è in una riunione con poche persone. Ad ogni modo è un elemento che deve essere molto ponderato, perché non a tutti piace essere toccati. Se usato con le persone giuste e nel momento giusto, può essere un elemento molto forte, ma in caso contrario, potreste fare una pessima figura. Va sempre usato comunque con moderazione e il mio consiglio è che lo usiate solo se siete molto esperti di public speaking
  5. Abbigliamento: quando parlate con qualcuno, se ci fate caso, c'è un momento nel quale, magari approfittando di una vostra distrazione, il vostro interlocutore vi squadra dalla testa ai piedi. In un batter d'occhio sa tutto di voi. O almeno crede. L'abito non fa il monaco per carità, ma per la prima impressione non è quello che conta. Vestiti, scarpe, accessori, unghie, anelli, bracciali, acconciatura, barba, denti, alito...fate un po' voi. 

Ora passiamo alla comunicazione paraverbale, ovvero che va oltre le parole. Vi ricordo che questo tipo di comunicazione contribuisce per il 35% al successo della vostra presentazione. 

Per comunicazione paraverbale si intende il tono, la velocità, le pause e i volumi. 

  1. Toni: danno molto colore alla vostra presentazione. In positivo o in negativo. Il problema è che dipendono direttamente dal vostro stato d'animo: se quando parlate sarete sereni e tranquilli lo comunicherete con il tono. Se sarete in ansia e preoccupati succederà lo stesso. Vedete quindi quanto è importante arrivare ben preparati almeno sugli argomenti del vostro discorso. 
  2. Velocità e pause: le possibilità sono infinite. E' un'aspetto della comunicazione paraverbale che potete controllare molto bene se vi esercitate. Lo scopo: tenere alta l'attenzione del pubblico. 
  3. Volume: anche il volume può essere controllato. L'errore da non fare è quello di usare lo stesso volume per un public speaking come se stesse parlando a un vostro amico faccia a faccia. Non urlate. Ma assicuratevi che tutti vi sentano bene! La modulazione del volume serve anche lei per mantenere alta l'attenzione.
Nel prossimo articolo, vedremo l'importanza di saper ascoltare e come gestire le critiche che vi arrivano. 

Buon lavoro a tutti!



Per informazioni e contatti
Alessandro Grilli 




giovedì 13 agosto 2015

Terza parte di "Come parlare in pubblico con successo"

Come promesso qualche giorno fa, oggi pubblico il terzo articolo della serie "Come parlare in pubblico con successo". 
Per il primo vi rimando al link che segue: Come parlare in pubblico con successo oppure potete cercarli tutti digitando Public Speaking nel motore di ricerca del blog. 

Come vi accennavo in questo articolo proverò a spiegarvi come ci si allena per diventare dei bravi oratori e ottenere i risultati desiderati

Se seguite questo blog avrete capito che non sono un culture dell'improvvisazione e nemmeno credo troppo al solo estro naturale. Per cui per me riuscire in qualcosa è soprattutto una questione di esercizio, tentativi, errori e perfezionamento. 

Certo poi non a tutti riesce in modo spettacolare tutto, ma questo non vuol dire che una persona non possa riuscire bene in quello che si prefigge. 
Lo stesso vale chiaramente anche per la capacità di parlare in pubblico. 

L'atto di parlare in pubblico è composto da tre elementi che interagiscono continuamente e che richiedono tutti la nostra massima attenzione. 
Questi sono: 

  • I contenuti, ovvero gli argomenti che devo affrontare nel mio discorso
  • La comunicazione, sia essa verbale o paraverbale (Gesti, voce ecc)
  • Il feedback, ovvero la reazione in tempo reale del pubblico a quello che sto dicendo
C'è un problema: non siamo in grado di fare le tre cose bene contemporaneamente. Dobbiamo quindi imparare ad alleggerire il carico per il nostro cervello e come forse avrete capito, c'è solo uno dei tre fattori che può essere preparato prima. 
Sto parlando chiaramente dei contenuti e dell'obiettivo della mia presentazione. 

Solo dominando in modo quasi automatico questo elemento, potrò allora concentrarmi sugli altri due durante la presentazione.
Difatti non potrei modulare il tono e il volume della voce per cercare di dare una svegliata al pubblico che vedo molto distratto, se in quel momento sarà tutto concentrato su quello che devo dire. 

L'unica soluzione possibile è quindi quella di memorizzare i contenuti della mia presentazione. ATTENZIONE: non ho detto memorizzare la presentazione. Penso vi rendiate conto che se andate a ripetere a memoria un discorso, non vi faranno nemmeno finire! 

Dico di provare più e più volte in casa la presentazione ripetendola ad alta voce, facendo finta di porre delle domande e dandosi delle risposte, variando gli argomenti, scovando ogni volta nuovi collegamenti. 

Detto in altri termini dobbiamo portare la gestione dei contenuti a livello del subconscio. Come quando andiamo in bicicletta e non ci preoccupiamo di come si va. Andiamo e basta. 

In questo modo siamo quindi in grado di gestire al meglio la comunicazione e di controllare i feedback. 

E' quindi importante lo stile con il quale parlate in pubblico. Uno stile che deve essere il vostro, studiato nei minimi dettagli, ma naturale. Non potrete cioè copiare quello di nessun altro. 

Forse non sapete un dato che potrebbe aprirvi gli occhi e cambiare per sempre le vostre future presentazioni: l'efficacia della vostra presentazione dipende solo per il 7% dalla comunicazione verbale, ovvero da cosa dite e dalle parole che usate. 
Per il 38% dipende invece dalla comunicazione paraverbale, ovvero dal tono di voce che utilizzate e per il restante 55% dalla comunicazione non verbale, ovvero dai gesti e dalle espressioni che fate. 

Quindi, per concludere, quanto più trascurerete i segnali che mandate attraverso la voce e i gesti, quanto più quest'ultimi saranno gli elementi che definiranno l'esito della vostra presentazione. 
Al contrario, quanto più li curerete non lasciando nulla al caso e quindi quanto più sarete tranquilli sul piano dei contenuti, allora crescerà il peso che il vostro pubblico darà a quello che avrete da dire. 

Nel prossimo appuntamento con la serie "Come parlare in pubblico con successo" approfondiremo meglio la gestione efficace della comunicazione non verbale e paraverbale. 

Intanto, auguro buon lavoro a tutti voi. 





Per info e contatti: 
Alessandro Grilli 

domenica 9 agosto 2015

Seconda parte di "Come parlare in pubblico con successo"

Ecco il secondo articolo della serie "Come parlare in pubblico con successo"
Per il primo vi rimando al link che segue: Come parlare in pubblico con successo

Come vi accennavo in questo articolo proverò a spiegarvi come ci si prepara bene al momento in cui si dovrà parlare in pubblico con successo. 

Diciamo subito che l'efficacia e la qualità del discorso che farete in pubblico è direttamente proporzionale alla vostra preparazione. Niente improvvisazioni quindi. Ogni aspetto del votro discorso dovrà essere studiato previamente e preparato nei minimi dettagli.

Prepararsi bene non significa chiedersi: Che cosa voglio dire? E chiaramente non significa, una volta data una risposta a questa domanda, dire tutto così come ci viene. 

Sfortunatamente come affermava Oscar Wilde "Non c'è mai una seconda occasione per fare una buona impressione la prima volta..."

Le domande che mi devo fare, per preparami bene al mio discorso pubblico (Ripeto che può trattarsi anche di una riunione con una o due persone) sono diverse e sarà giusto farsele nell'ordine che vi indico: 

Qual'è il vero obiettivo della mia presentazione? 
Voglio vendere, voglio convincere, voglio istruire sono alternative che comportano un approccio molto differente. 

Cosa voglio comunicare? 
Ovvero quali sono i messaggi che voglio che i miei interlocutori comprendano e facciano propri? 

Chi sono i miei interlocutori e cosa otterranno dalla mia presentazione? 
Ogni persona o tipo di pubblico che abbiamo davanti ha pretese ed esigenze molto differenti. Non sarà la stessa cosa parlare al direttore generale di un'azienda, al board di una società finanziaria, a un gruppo di ingegneri o a una riunione di massaie. Se non so chi ho davanti e non mi preoccupo di sapere cosa queste persone otterranno ascoltandomi, è molto improbabile che riuscirò a fare colpo. 

Chi sono io per loro? 
Quali sono i rapporti di potere che intercorrono tra noi? Già mi conoscono? Oppure è la prima volta che mi vedono? Perché se il caso è quest'ultimo allora dovrò badar bene alla primissima impressione che farò. 

Qual'è il contesto nel quale parlerò? 
In una sala conferenze, in una sala riunioni o in un ristorante per esempio?
Devo sapere dove, per quanto tempo, a quante persone e con quali mezzi parlerò ai miei interlocutori.

Solo dopo aver risposto in modo esauriente a tutte queste domande, potrò allora farmi la domanda: che cosa voglio/devo dire? 

La nostra mente ha la capacità di attrezzarsi in funzione di come impostiamo il problema e lo fa fornendoci i migliori strumenti per affrontarlo. 
Dobbiamo quindi procedere al contrario di come ci verrebbe spontaneo fare normalmente. 
Piuttosto che concentrarci sul messaggio che vogliamo comunicare, dobbiamo farlo sull'obiettivo del nostro discorso. 

Cosa vogliamo ottenere, in sintesi, dalle persone che mi ascoltano? 
Il risultato non può essere semplicemente che stiano lì a sentirci, ma che si interessino per quello che abbiamo da dire, che lo ricordino e che infine agiscano di conseguenza. 

Mettendoci nei panni degli altri, ci prepareremo per dire loro quello di cui hanno bisogno, ma soprattutto ci prepareremo anche alle obiezioni e ai dubbi che potrebbero presentarci. 
Dobbiamo essere gli avvocati del diavolo di noi stessi. 

Nel prossimo articolo parleremo di come ci si allena per diventare dei bravi oratori e ottenere i risultati desiderati. 

Come sempre, non mi resta che augurarvi buon lavoro. 


Per info e contatti: 
Alessandro Grilli 


giovedì 30 luglio 2015

Come parlare in pubblico con successo - Post #1

Quanti di voi si trovano in difficoltà quando arriva il vostro turno di parlare in pubblico?

Sudori freddi, palpitazioni, fiato corto e confusione, tra tanti altri possibili sintomi, appaiono non appena sentite pronunciare il vostro nome o alzate lo sguardo e vedete decine e decine di occhi che vi fissano ansiosi di sapere cosa avete da dire.

Per qualcuno anche una riunione di lavoro, magari con il proprio responsabile oppure con un cliente, diventa motivo di stress.

Beh oggi con questo articolo inizierò una serie di post dal titolo "come parlare in pubblico con successo", che vi dovrebbero aiutare a superare questi momenti e ad uscire vittoriosi da prove del genere.

Prima di tutto c’è da dire che la reazione che in forma più o meno intensa tutti abbiamo, è assolutamente normale.
E’ qualcosa di ancestrale che non può essere cancellata, semmai possiamo solamente imparare a controllarla e sfruttarne al meglio gli aspetti positivi.

La colpa è della amigdala: una ghiandolina che sta nel bel mezzo del nostro cervello e che ci scatena tutte quelle reazioni. 
Grazie a lei il nostro cervello, quando ci troviamo di fronte a tanti occhi che ci guardano o anche solo di fronte ad una persona che conosciamo poco, ci avvisa di una possibile minaccia.
Se fossero predatori intenzionati a fare di noi un bel boccone? 
Meglio essere preparati alla fuga.
In effetti tutte quelle reazioni molto simili a una forte condizione di stress, sono i sintomi collaterali della preparazione che il nostro fisico sta avviando per una possibile corsa per la sopravvivenza.
Il cuore accelera i propri battiti per dare più sangue ai nostri muscoli e il nostro cervello diventa estremamente sensibile a qualsiasi stimolo.

Chiaramente questa scarica di adrenalina poco si concilia con la necessità di parlare in modo pacato né con quella di essere pazienti e ascoltare cosa ha da dire il nostro interlocutore.
Lo scopo di questi articoli sarà quindi quello di imparare a gestire queste situazioni in modo tale da sfruttarne il potenziale senza rischiare di rimanere in silenzio davanti ai nostri interlocutori.

Prima di tutto vorrei allora chiarire che l’espressione comunemente usata di PARLARE IN PUBBLICO non è corretta. 
Anche un pazzo che se ne va in giro parlando tra sé e sé tra le strade di un paese, parla in pubblico, ma chiaramente non è quello che qui vogliamo intendere.
Forse sarebbe meglio allora usare l’espressione PARLARE A UN PUBBLICO.
Una sola preposizione cambia di molto il senso di quello che vorrei spiegarvi e che vorrei considerassimo tutti alla stessa maniera: con parlare in pubblico intendo quindi parlare in modo persuasivo a una o più persone contemporaneamente.

Normalmente avrete incontrato nella vita due tipi di comunicatori: il venditore di fumo e lo scienziato saccente.
Il primo è quello che armato di una grande parlantina e di una indubbia velocità di pensiero, vi riempie di tante chiacchiere e argomenti assolutamente convincenti, sotto i quali però non c’è nulla di concreto.
Tra gli agenti di commercio per indicare questa pratica si usa, mio malgrado anche con un certo compiacimento,  l’espressione “Fare cinema”.
Ma come diceva Pierre Corneille, “Dopo aver mentito, occorre buona memoria!”. 
In effetti questo tipo di comunicazione è utile solo ed esclusivamente in un caso, ovvero quando non rivedrete mai più i vostri interlocutori. 
Ma come potete immaginare, non esiste vero successo basato su una strategia di questo tipo.

All’estremo opposto c’è il sapiente scienziato che parte dal presupposto che lui è l’unico che sa come stanno le cose e che è probabilmente l’unico che può dire cose intelligenti tra tutti i presenti. 
Parla lentamente, usa parole anche molto difficili e non si preoccupa se i suoi interlocutori danno chiari segni di insofferenza. 
Il suo pensiero è: se quello che dico non è comprensibile, la colpa è del mio interlocutore non mia.

Il problema vero è che oggi non basta più una targa di ottone alla porta che riporti i vari titoli posseduti per far sì che automaticamente i nostri interlocutori diano per buono quello che stiamo dicendo.
La capacità di saper comunicare bene è oggi un tema che riguarda tutti e nessun professionista, di qualsiasi settore e livello, può più esimersi dall'imparare come comunicare in maniera efficace.

E se lavorate nel green business, dovrete impegnarvi ancor di più per imparare tutte le tecniche più importanti per persuadere i vostri interlocutori e convincerli della bontà dei vostri argomenti: nel nostro settore dove tecnologie sempre più innovative si intersecano con rivoluzioni sociali e approcci ideologici, il rischio di non riuscire a farsi capire, è davvero altissimo.

Nel prossimo articolo vedremo come un buon comunicatore, deve preparare il proprio discorso per essere sicuro di aver successo.

Nel frattempo, come sempre, auguro buon lavoro a tutti!


Per info e contatti:
Alessandro Grilli